Ebrei a Casale

Midor ledor, “di generazione in generazione”, questa citazione, tratta da Isaia (34,10) potrebbe riassumere uno degli ideali dell’ebraismo che da sempre ha contraddistinto le famiglie appartenenti alle Comunità sparse ai quattro angoli della Terra.
Fin dagli anni successivi alla cacciata dalla Spagna, gli ebrei si stanziarono a Casale, destinata ad essere per secoli importante punto di riferimento per l’ebraismo italiano.

Mentre in gran parte del Piemonte i Savoia imponevano il loro volere, nel Monferrato i Paleologi prima ed i Gonzaga poi furono più tolleranti, ciononostante gli ebrei consideravano la loro posizione sempre in bilico tra la condizione di straniero e quella di suddito, con sbilanciamenti da una parte o dall’altra, a seconda delle epoche e dei regnanti.
Per continuare a vivere in città talvolta dovevano versare ai sovrani ingenti tributi a sostegno delle spedizioni militari.
La condizione più pesante riguardava il divieto di transitare per alcune strade cittadine durante la settimana santa e in concomitanza con le processioni.

La vie del ghetto

Vittorio Amedeo II dal 1724 impose l’obbligo di trasferimento della popolazione ebraica all’interno dei ghetti. Nell’ampio quartiere che abbracciava a Casale Monferrato la Contrada degli ebrei, oggi Via d’Azeglio e Via Balbo, via Roma, vicolo Castagna e Piazza San Francesco, risiedevano già molte famiglie e nel suo centro fu edificata la Sinagoga. Secondo il censimento generale commissionato in Piemonte dai Savoia, nel 1761 nel ghetto casalese vivevano 136 nuclei, per un totale di 673 persone.
La Rivoluzione francese e l’occupazione napoleonica portarono ad una momentanea uguaglianza e le porte dei ghetti furono eliminate per essere poi ripristinate con la Restaurazione. La Comunità di Casale conobbe il momento di massimo splendore intorno alla metà del XIX secolo quando circa 850 persone vi risiedevano praticando il prestito su pegno e commerciando in frumento, gioielli, pizzi e spezie.

Durante il Congresso Agrario, tenutosi a Casale nel 1847, si era parlato di libertà e di uguaglianza. Gli ebrei avevano trovato nel Canonico G. Gatti un propugnatore, la cui speciale qualità conferiva un titolo maggiore alla sua difesa; in un opuscolo intitolato “La Rigenerazione politica degli Israeliti in Italia” Gatti proclamava il dovere di considerare gli ebrei fratelli e di ritenerli uguali agli altri cittadini.
Nella piazza maggiore (secondo quanto riferisce Giuseppe Levi nel suo volumetto “Le iscrizioni del Sacro Tempio Israelitico” ristampato nel 1994 in occasione della celebrazione per i 400 anni della costruzione della Sinagoga), inoltre, sul finire del 1847, Pier Luigi Pinelli, parlava in favore degli ebrei e scambiava, fra la generale commozione, il bacio di fratellanza con G. Jacob Levi.

Finalmente emancipati

La comunità di Casale deliberò di ricordare in perpetuo l’emancipazione ottenuta nel 1848 e di incaricare il Rabbino Levi Gattinara di comporre una iscrizione in lingua ebraica e italiana da murare nel Tempio.
In Italia non esiste nessun altro luogo di culto in cui gli ebrei hanno voluto tributare una forte riconoscenza al sovrano che li ha affrancati. Accanto a numerosi passi tratti dal Libro dei Salmi, la storia ebraica casalese è così testimoniata dall’iscrizione della Sinagoga degli Argenti, incorniciata da stucchi dorati.

Ecco il testo della lapide così significativa: “1848 il 29 marzo – Re Carlo Alberto e il 19 giugno il parlamento nazionale decretavano – i diritti civili e politici agli israeliti subalpini – acciocché scordate le passate interdizioni – nell’uguaglianza e nell’amor patrio crescessero liberi cittadini – a perpetua ricordanza gli Israeliti Casalesi”.
Quando morì Carlo Alberto, nel 1852, gli ebrei di Casale listarono a lutto la Sinagoga, dipingendo sui muri delle fasce nere sotto le grate dei matronei.
Tra i biografi della comunità, Ottolenghi, nel suo saggio Brevi cenni sugli Israeliti casalesi e sul loro sacro Oratorio” pubblicato nel 1866, racconta la situazione della comunità casalese quando ancor forte in lui è l’emozione per l’emancipazione: spigolando tra le righe, leggiamo: “chi può descrivere l’entusiasmo con cui questa notizia fu accolta?

Tutta la Comunità era in moto. Era un andare, un venire, uno stringersi, un rallegrarsi” E poco più avanti: “i Nostri fratelli cattolici presero viva parte alla nostra esultanza ed era invero commovente lo scambio di affetti e di generose idee che in allora si ammiravano”. Ottolenghi loda poi le iniziative intraprese per integrare la comunità ebraica con il resto della cittadinanza: dalla creazione di un società di Incoraggiamento alle Arti e Mestieri, alla riforma dell’opera di Beneficenza per aiutare i malati, fino all’ipotesi di costruzione di un ospedale per malati ebrei.
Il 25 dicembre 1862 gli ebrei casalesi appresero la notizia della scomparsa del Marchese Roberto d’Azeglio “valente nostro difensore e fortissimo propugnatore dei conculcati nostri diritti”; a lui venne dedicato un Uffizio Propiziatorio straordinario comprendente la recita di Salmi di Davide, il discorso funebre del Rabbino e la preghiera di requiem, ashkava.



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