IL FESTIVAL

Un ponte (Ghescer) culturale dal Monferrato

Fin dai tempi di Abramo, di Mosè e di Daniele, la vita ebraica è sempre stata segnata dalla lontananza. Da duemila anni in qua, fino alla fondazione dello Stato di Israele, la cultura ebraica è stata elaborata per lo più lontano dalla sua terra originaria: in Mesopotamia e in Spagna, in Francia e in Egitto, in Polonia e anche molto in Italia, sede con Roma delle più antica comunità ebraica occidentale, ininterrottamente attiva da più di due millenni.

Questa condizione di lontananza è testimoniata perfino nel nome: ivrì, ebreo, è secondo l’etimologia più diffusa, è colui che passa, che attraversa – fiumi, frontiere, difficoltà, persecuzioni, generazioni.
Essa ha due aspetti. Da un lato è esilio, galut, lontananza dolorosa e luttuosa, dipendenza da potenze ostili, pericolo, impossibilità di vera autonomia. Dall’altra è incontro, scambio, missione.
Israele non ha velleità di convertire gli altri popoli, ma fin dai tempi biblici si sente investito di una missione sacerdotale e sa di dover lavorare per la diffusione universale del monoteismo: un giorno, si recita nelle preghiere quotidiane, tutti riconosceranno l’unità di D-o e perfino il suo nome sarà uno.

La disseminazione (diaspora) dell’ebraismo nel mondo da questo punto di vista è un fatto positivo, è, letteralmente, semina. Riconoscere i giusti nelle nazioni che incontra è una delle missioni che Israele ha sempre compiuto volentieri, dall’Avimelech biblico a Carlo Alberto – onorato ancora oggi in tutte le sinagoghe del Piemonte per aver decretato l’emancipazione – sino ai Giusti delle Nazioni che hanno sottratto delle vittime al nazismo e sono celebrati in Israele.

Anche la cultura ebraica ha avuto nei secoli lo stesso doppio aspetto. Da un lato è stata una costruzione interna straordinariamente ricca e complessa, con i suoi maestri e le sue scuole, le sue fasi e le sue discussioni. Solo pochi nomi di questa grande elaborazione culturale sono arrivati alla notorietà nel mondo occidentale, per esempio Maimonide o i chassidim dell’Europa orientale. Ma per quantità e qualità la cultura ebraica interna ha dimensioni e complessità pari a quella della grande tradizione europea, ricca com’è di riflessione teorica e di poesia, di legislazione e di costumi quotidiani.

Tale cultura interna, ma non necessariamente segreta o esoterica, solo appartenente a un certo popolo ed espressa nella sua lingua, è forse il solo esempio al mondo di una civiltà senza territorio, custodita nei cuori e nei gesti, non da confini ed eserciti.

Accanto a essa vi è una cultura esterna, frutto degli incontri e degli scambi, attiva in parte da sempre: si pensi al ruolo delle traduzioni ebraiche dall’arabo nelle lingue occidentali durante il medioevo, o alla medicina ebraica. Essa però è esplosa in Occidente a partire dalla modernità, di cui è una componente essenziale.
Sarebbe impossibile concepire il mondo occidentale contemporaneo senza Freud e Marx, Kafka e Wittegenstein, Mahler e Proust, solo per fare alcuni nomi a caso.

È importante comprendere che la cultura esterna non ha in alcun modo sostituito o ibridato quella interna. Essa è il frutto di un incontro, di uno scambio, che non è stato certamente innocuo o indolore, ma è stato un terreno di scambio, di incontro, un ponte fra le culture.
Come i numerosi linguaggi misti che le comunità ebraiche hanno elaborato nei loro diversi soggiorni, dal più celebre, l’yiddish ebraico tedesco, fino al giudaico-piemontese e al dialetto della comunità di Roma.

Vi sono stati luoghi in cui l’incontro fra ebraismo e nazioni ospitanti è stato particolarmente difficile e doloroso, fino all’orrore della Shoah. E vi sono stati luoghi in cui il rapporto è stato generalmente più facile e costruttivo, intessendo rapporti e collaborazioni per secoli.
Il Monferrato è stato una di queste zone di scambio e di ospitalità, fin dai tempi dei Paleologi e dei Gonzaga. Le sinagoghe sparse per città e cittadine ne sono uno splendido ricordo. Ma ancora questa collaborazione vive e il dialogo dà frutti. Celebrare questo rapporto con un festival vuol dire non solo far vedere la diaspora ebraica nella sua dimensione di apertura, ma anche mettere in mostra e valorizzare la vocazione all’ospitalità di queste terre.